AMAZZONIA, PESTE & COVID: RIFLESSIONI TRA DUE SPONDE
Casimira Grandi, UNITN – I
Antonio Otaviano Vieira Junior, UFPA – Br
Casimira Grandi

GLI INFINITI SEMINA RERUM

La Terra sta vivendo la prima pandemia della globalizzazione matura.
E gli italiani dovrebbero recuperare l’orgoglio di avere dato al mondo il concetto di “isolamento”, introdotto dalla Repubblica di Venezia che di isole se ne intendeva… ; Venezia è un arcipelago in una laguna urbanizzata, in cui lo spazio sociale e statale sono sempre stati organizzati sulle isole, quindi non stupisce che in un’“isola” sia stato organizzato il luogo in cui gestire le epidemie e da cui deriverà la concreta definizione di “isolamento”.
In epoca moderna i più si ammalavano senza capirne la ragione e tanti guarivano in maniera apparentemente casuale, numerose furono le epidemie di peste che flagellarono la Serenissima nei secoli quando “peste” era quasi sinonimo di mortalità epidemica. La -per allora- pandemia del 1348 estinse oltre 50 famiglie patrizie e su 110.000 abitanti ne perirono 37.000, ma per taluni addirittura 70.000. Purtroppo le fonti dell’epoca sono alquanto imprecise in merito, la statistica sanitaria era di là da venire e pure in modo approssimativo avveniva la trascrizione dei defunti nei libri parrocchiali, la cui tenuta sarà regolamentata solo dopo il Concilio di Trento. Comunque, la mortalità fu tale da destabilizzare i rapporti sociali ed economici dello Stato. Il massimo organo della Serenissima -Maggior Consiglio- decise di difendere la salute dei veneziani facendo seppellire i molti cadaveri di cittadini comuni in isole, mentre i nobili continuarono a fruire dei loro luoghi tradizionali di inumazione ma aumentando la terra sopra la tomba (non potendo fare fosse profonde stante l’acqua). L’esperienza devastante impose di attuare velocemente il rilancio economico, fatto mediante sgravi fiscali ai commercianti, intimando ai pubblici ufficiali di riprendere servizio con regolarità, incoraggiando l’immigrazione, ripristinando processioni e feste abolite per il rischio di contagio. Con esiti alterni. Perché la Serenissima non poteva rinunciare ai suoi commerci, né ai patrizi che li gestivano. Dopo vari eventi epidemici, nel 1423 giunse la seconda pestilenza devastante, con oltre 40 decessi giornalieri; il morbo era arrivato attraverso forestieri appestati: di qui una manovra sanitaria per proibire l’accesso in città a coloro che provenivano da luoghi infetti e punire molto duramente chi li ospitava. In quell’anno il monastero dell’isola di S. Maria di Nazareth venne adibito a ospedale permanente “ad alto isolamento” per malati contagiosi e con obbligo di ricovero, quale efficiente soluzione di prevenzione e contenimento1. Nihil novi sub sole è il caso di dire, ricordando i concetti di prevenzione e contenimento applicati oggi.

Nella dissolvenza della memoria le epidemie sono una costante, dagli splendidi monumenti votivi eretti dai nostri antenati per ringraziare il divino dello scampato pericolo ai più modesti ricordi di personali influenze. William H. Mc Neill, storico delle pestilenze, asseriva che bastava un evento accidentale nelle comunicazioni per estendere la catena infettiva sino a un nuovo territorio: e così è stato anche per Covid192. Ma forse non sono sufficienti la virologia né l’epidemiologia per spiegare la devastante malattia che sta travagliando la Terra.

Lo storico globale Carlo M. Cipolla è stato il primo a individuare nello «squilibrio ecologico» la causa delle terribili pestilenze nel Trecento: e ancora una volta sono cause che troviamo anche nella contemporaneità3. Squilibrio tra sviluppo demografico ed economico, mancanza d’igiene personale e ambientale furono tutti fattori delle passate devastanti epidemie, che tra 1347 – 1351 assunsero connotati pandemici e in Europa endemici; su una popolazione di 100 milioni di abitanti ne morirono 30. Quando gli europei “scoprirono” l’America portarono la loro cultura e le loro malattie, alimentando infezioni dall’esito spesso letale in popolazioni prive di «un’esperienza precedente o di una accumulata immunità»4, un pensiero che oggi non stupisce. Quest’affermazione dello storico della medicina Giorgio Cosmacini propone all’attualità gli studi del prof. Antonio Otaviano Vieira jr, storico sociale brasiliano che ha studiato le epidemie presso gli indios amazzonici a metà Settecento, ma ciò che fa più riflettere è la vicinanza concettuale tra la gestione delle epidemie veneziane e quelle affrontate da Vieira: la salute di economia e politica sono stati gli stimoli determinanti, quella degli uomini in subordine5.

Squilibri ambientale ed ecocriticità sono adesso le costanti che propone il bacino amazzonico all’attenzione del mondo, distraendo dalla insostenibilità esistenziale dell’antica genesi che a qualcuno ha dato il diritto (?) di chiamare questa terra “America Latina”. L’indissolubilità del tempo è parallela al permanere di talune cause, certamente quelle proposte dagli illustri storici citati, che l’analisi di Vieira focalizza con abilità sui moventi politici – economici odierni per spiegare il movente dell’interesse nello scenario amazzonico: quanto mai attuale nella contingenza che sta vivendo il Brasile. E ricordando il grande Darcy Ribeiro

«il mio amatissimo popolo brasiliano […è] il mio dolore […e] la mia fierezza […] in ragione della sua povertà e del suo ritardo (che non sono però ineluttabili) […la mia fierezza] in ragione di tutto ciò che può divenire e diverrà: una civilisation tropicale, nata da un meticciato di razze e da una fusione di culture»6.

Sono coordinate culturali di rivolte del pensiero per «riaprire il tempo davanti a noi»7.
Antonio Otaviano Vieira Junior 8

EPIDEMIA NELLA CITTÀ DI BÉLEM (AMAZZONIA):
DAL 1748 AL CORONAVIRUS
Aprile 2020 nella città di Bélem -Amazzonia brasiliana- dove vivo, paralizzata dal Covid-19. L’ isolamento prodotto da questa situazione mi ha indotto a recuperare una riflessione dal passato, per affrontare la comprensione della realtà che sto vivendo. Sono così risalito agli anni 1748-1750, anni dell’epidemia a Bélem9, cercando di stabilire un dialogo tra questo evento e l’attuale crisi epidemica.
Diritto di parola e di memoria
Sull’epidemia degli anni 1748 – 1750 a Bélem i contemporanei hanno lasciato numerose testimonianze di ciò che essa provocava nella vita quotidiana: all’uscita della chiesa da Sé -la cattedrale- , dopo la distribuzione delle elemosine, al mercato di fronte all’alto prezzo della farina o su come si comportavano con i corpi insepolti sparsi nelle strade fangose. Uomini, donne, bianchi, neri, indios, bambini, vecchi, schiavi, liberi, locali, stranieri… tanti sopravvissero e tramandarono la loro memoria dell’epidemia. Tuttavia, molti di essi trasmisero i fatti solo oralmente, pochi furono realmente ascoltati e ancora meno furono coloro che lasciarono testimonianze scritte dell’epidemia. In generale i racconti sull’epidemia del 1748 sono stati scritti da cittadini di Bélem proprietari di schiavi indigeni, religiosi e funzionari amministrativi. Molti altri testimoni furono “silenziati”, le loro opinioni non sono state raccolte, non lasciarono traccia scritta, furono solo un sussurro non udito, un lapsus di coloro che controllavano qual era la memoria da tramandare.
In una delle testimonianze trasmesse, sul totale di 3.061 morti causati dell’epidemia soltanto 35 erano stati considerati bianchi. Nella maggioranza erano indios. Indicativamente gli indigeni furono la popolazione maggiormente colpita dall’epidemia, quelli che anche se malati erano obbligati a remare nelle pesanti canoe, spaccare pietre o cacciare per i loro padroni. Intanto, per la riflessione sull’epidemia del passato -come pure su quella odierna-, mi sono ricordato del concetto di Michel Foucault sulla malattia come una costruzione di parole, discorsiva; infatti, la conoscenza della malattia era/è prodotta dalla narrazione, da parole ascoltate o registrate, e in questo processo di costruzione molti furono/sono silenziati.

E per comprendere l’esistenza narrativa della malattia è strategico conoscere chi parla. Così la stessa epidemia può essere considerata una “leggera influenza” (come affermato dal presidente del Brasile) o una “pandemia” (com’è stata definita dall’OMS). Le differenti voci che sentiamo su di essa si avvicinano o allontanano dalla realtà sulla base degli interessi di specifici gruppi sociali, di domanda economica e di progetti politici. Nel vocio del passato sono state -sempre- silenziate le voci dei morti.

La differenza tra le epidemie di epoca storica rispetto a quelle odierne potrebbe consistere nel maggior numero di persone alfabetizzate e nell’accesso alle reti sociali, che ampliano il numero dei racconti e dei narratori sul Covid-19. Ma anche così c’è silenzio, a volte imposto dalle dittature nazionali (Corea del Nord, ad esempio) o semplicemente dovuto a livello di alfabetizzazione, accesso a internet e condizioni di precaria sopravvivenza -come per alcuni paesi africani, villaggi all’interno dell’Amazzonia o senzatetto di New York-. Tra 100 anni chi conserverà le testimonianze orali registrate, come sarà presentata la documentazione dell’attuale pandemia e cosa sarà silenziato?
La produzione non può essere fermata da una “leggera influenza”.
Nella narrativa costruita sulla malattia e riportata nei documenti amministrativi tra 1748 – 1750, si rileva una preoccupazione primaria: l’economia. La morte degli indigeni, in sé, non era un problema. Nei discorsi sull’epidemia il problema che doveva essere affrontato era l’effetto dell’alta mortalità indigena rispetto al calo economico della regione. L’apprensione per la gravità dell’epidemia rivelava tensioni tra le “fonti ufficiali”: alcune chiedevano di contenere l’impatto del contagio e altre ponevano in primo piano la gravità della crisi economica nella regione. Per questi ultimi, l’alto numero di decessi era usato a sostegno della richiesta di aumentare il numero degli schiavi indigeni onde contenere le conseguenze negative per l’economia.
La stima dei decessi era variabile, perché c’erano problemi di flusso e qualità dell’informazione.Le cifre dei contagiati avevano ampie oscillazioni, tra 13.246 a 600.00 morti. Oltre alle difficoltà dovute a distanze e dispersione della popolazione in un vasto territorio, un governatore attribuì altre cause per la discrepanza dei numeri: l’interesse dei rilevatori. Un’osservazione molto simile al Covid-19, di cui il presidente della federazione brasiliana afferma: “sembra che ci sia interesse da parte di alcuni governatori a gonfiare il numero delle vittime del virus”10. Oggi il calcolo della mortalità da coronavirus finirà col diventare motivo del contendere politico sul territorio, per giustificare azioni politiche populiste come in Brasile e Messico, o per intensificare l’isolamento come in Stati Uniti, Italia e Spagna.
A Belém nel 1749 i gesuiti furono accusati di sminuire la gravità della malattia, (giustamente) per continuare a disporre di molti schiavi indios e poter così continuare a raccogliere i prodotti della foresta, stabilendo un monopolio commerciale. Motivo per cui insistevano nel minimizzare la gravità dell’epidemia ed evitare un eventuale intervento del re del Portogallo a favore dei coloni.
Inoltre, i Cittadini11 bianchi approfittavano della gravità dell’epidemia per chiedere al re del Portogallo il permesso di entrare nella foresta e schiavizzare più indios, per attenuare la pressione di Lisbona a favore della fine della schiavitù indigena. A sua volta, il re D. José I, da Lisbona intuì nell’epidemia un’opportunità per legittimare la proibizione della schiavitù indigena: liberare gli indios significava trasformarli in sudditi e incrementare l’uso di manodopera schiava africana in Amazzonia. Questo provvedimento avrebbe sviluppato il commercio degli schiavi africani, aumentando il guadagno sugli introiti fiscali dai negrieri -che pagavano le tasse alla corona portoghese- e allo stesso tempo avrebbero contribuito a sviluppare il commercio di Cabo Verde (territorio integrante dell’Impero lusitano).
E anche tra coloro che concordavano sulla gravità dell’epidemia, c’erano divergenze su come risolvere i problemi che questa causava: schiavitù o no degli indios. La disputa sul controllo e la legittimazione della schiavitù indigena erano una tensione che accompagnava la città di Bélem dai primi anni della sua fondazione -1616- e che apriva un nuovo capitolo con l’epidemia del 1748.
Questo fa pensare che molte voci e discorsi intorno alla mortalità della malattia potrebbero essere come quelle di Covid-19 per mascherare degli interessi, imporre vecchi disegni politici e approfittare dell’occasione per neutralizzare nemici del sistema al potere. La malattia ha una sua dimensione sociale e politica, essendo più pericolosa per taluni e meno conveniente per altri. In Brasile, Stati Uniti d’America, Ungheria, Messico, Italia, Russia e in tanti altri paesi è dibattuta la questione sull’organizzazione centralizzata delle azioni di contrasto al virus (come dovrebbero essere). Ma queste discussioni si limitano alla malattia in sé, o porterebbero a un’interferenza politica proiettata nel tempo? Come si pone di fronte a questa prospettiva la società civile organizzata? Quale è il ruolo dell’OMS in questa crisi? E cosa significa che gli USA comprino materiale medico prodotto e venduto dalla Cina?

Il passato come interlocutore
Tra le epidemie del 1748 e del 2020 ci sono molte differenze, soprattutto dovute alla maggiore diffusione d’informazioni attraverso i media e le reti sociali, un significativo progresso scientifico e il consolidamento di istanze internazionali di monitoraggio della pandemia. Ma la distanza temporale tra queste epidemie è abbreviata dalla controversia di continuare a garantire il guadagno di pochi anche a fronte della morte di molti. Il passato è l’ombra del presente e dimostra che, dall’invenzione del microscopio ai respiratori artificiali, gli uomini affrontano la sofferenza in nome di vantaggi finanziari e di interessi corporativi.

1 Il nome “lazzareto” deriverebbe invece da S. Lazzaro protettore dei malati di lebbra, che dal XII secolo erano concentrati nell’Isola di S. Lazzaro (oggi “degli Armeni”).
2 W.H. McNeill, La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, Einaudi, Torino 1981, pp98-99.
3 C. M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industiriale, il Mulino, Bologna 1974 (I ed.), p. 208; IB. Cristofano e la peste, il Mulino, Bologna 2013. Il termine “peste” deriva per taluni da peius, intesa come “la peggiore malattia”; per altri invece da pes, intesocome “soffio mortale”, etimo che lascia intendere l’origine diffusiva del morbo. ( N. Vanzan Marchini (ed.) Rotte mediterranee e baluardi di sanità, Skira, Venezia 2004).
4 G. Cosmacini, L’arte lunga, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 104. Cfr. G. Berlinguer, Le mie pulci, UTET, Torino 2005.
5 Cfr. G. Sapelli, Cleptocrazia, Guerini e Associati, Milano 2016.
6 D. Ribeiro, O Brasil como problema, Francisco Alvez, Rio de Janeiro 1995, p. 303.
7 M. Galzigna, Rivolte del pensiero, Bollati Boringhieri, Torino 2013.
8 Antonio Otaviano Vieira Junior è docente di Storia presso l’Università Federale del Parà, ( c.v. http://lattes.cnpq.br/6764908679902300), coordinatore del Gruppo di Ricerca Popolazione, Famiglia e Migrazioni in Amazzonia, con studi riconosciuti di eccellenza dal Consiglio Nazionale di Ricerca (CNPq) .
9 Il prof. Vieira è autore di innovative ricerche nel campo delle rilevazioni epidemiologiche sugli indios amazzonici in epoca storica, studi che ha affrontato con puntuale precisione metodologica nel non facile confronto tra discutibili statistiche demografiche e non chiare diagnosi, al punto da mettere in dubbio l’assodata attribuzione dell’epidemia al morbillo. Probabilmente allo stato delle attuali conoscenze non è possibile scartare l’ipotesi di un’epidemia di “febbre gialla”, comunque incertezza diagnostica e (in)competenza medica non inficiano l’originale approccio “epidemico” come chiaramente si desume dall’articolo: perché il focus della sua riflessione non è tanto -o solo- la patologia in atto, quanto piuttosto l’atteggiamento sbagliato dei governanti in una prospettiva che egli sviluppa giungendo all’attualità del Covid 19. E in una cornice che prefigura le ecocriticità che tutt’ora devastano l’Amazzonia (nota del traduttore).
10https://www.terra.com.br/noticias/coronavirus/bolsonaro-acusa-governadores-de-inflarem-numero-de-vitimas,9880ed12f47beecb877251342ad0ca6eyo85z06q.html (consultado em 30 de março de 2020).
11 Essere “Cittadino” nel periodo coloniale significava avere lo status politico che dava diritto di voto e di essere eletto nelle amministrazioni/organizzazioni locali, poter avere proprietà ed essere bianco.

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Laboratorio di Eutonologia 

Progetto di Ricerca Covid-19
Mappatura per Stati
Maurizio Grandi, Erica Poli, Casimira Grandi

Report Brasile al 27 marzo 2020

Fonti: ufficiali e dirette (Artaban Onlus), riportate per ogni singolo cluster di dati

Premessa

Il Brasile gioca un ruolo importante nello studio dei dati di mappatura per due ragioni di ordine antropologico, epidemiologico e botanico insieme: lo studio della genesi delle epidemie pregresse tra gli indios in Amazzonia, tramite l’analisi della bibliografia sull’argomento, con particolare attenzione all’aspetto metodologico – semantico delle rilevazioni sulle epidemie degli indios, potrebbe fornire dati molto interessanti per proiezioni attuali e future rispetto a Covid-19 e lo studio dell’impatto della deforestazione amazzonica sullo squilibrio dell’ecosistema e l’incremento di rischio pandemie potrebbe aiutare nella comprensione dell’eziopatogenesi del fenomeno.
A tal proposito, proprio nell’ottica di uno studio di modellizzazione del fenomeno, si fa riferimento a:
Anais de historia de alem-mar XVIII 2017
CHAM — CENTRO DE HUMANIDADES
FACULDADE DE CIÊNCIAS SOCIAIS E HUMANAS
UNIVERSIDADE NOVA DE LISBOA
UNIVERSIDADE DOS AÇORES
A cura di João Paulo Oliveira e Costa

EPIDEMIA Y ESCLAVITUD EN LA AMAZONIA (1748-1778)1
Antonio Otaviano Vieira Junior & Roberta Sauaia Martins
Universidade Federal do Pará Resumen.
Obradoiro de Historia Moderna, N.º 25, 115-142, 2016, ISSN: 1133-0481
doi: http://dx.doi.org/10.15304/ohm.26.3228

Inoltre, proprio da piante amazzoniche come la pianta della china, la Cinchona Andina, si ricava uno dei primi rimedi approvati anche in Italia per la cura dell’infezione:

Dalla Foresta infine potrebbero giungere altri rimedi ancora da studiare come possibili opzioni terapeutiche.
Oltre a La Torre, la task force coinvolge al momento la Prof.ssa Casimira Grandi, Università di Trento, la Dottoressa Andrija Oliveira Almeida, Universidade do Salvador, la Dottoressa Selma Gomes da Silva, Universidade Federal do Amapá, Macapa-AP.

 Mappatura

I ricercatori brasiliani segnalano la difficoltà di accedere ai dati ufficiali, nonostante sia disponibile la piattaforma del sistema sanitario nazionale a questo link:

Salvador, sede delle più antiche Università del Paese, è anche stata designata come città referente internazionale nella gestione dell’epidemia:

Primo caso confermato: 27 febbraio 2020
Dati al 27 marzo 2020: 2.915 casi confermati e 77 morti
A Macapá, Norte del Brasil, confermati 2 casi e circa  100 casi sospetti.
Informazioni dal sito del Ministerio da Saúde:

Il grafico sottostante in realtà dimostra la crescita a partire dal 17/3/20

graficomappaturaFonte:
https://www.abrasco.org.br/site/sem-categoria/acompanhe-a-evolucao-do-coronavirus-no-brasil-e-nos-estados/45972/
Da una fonte giornalistica pubblicata nei social si evince una crescita vertiginosa dei contagi: Folha de S.Paulo Mônica Bergamo monica.bergamo@grupofolha.com.br

Coronavírus
BRASIL TEM EXPLOSÃO DE INTERNAÇÕES POR PROBLEMAS RESPIRATÓRIOS, DIZ FIOCRUZ
Curva é vertiginosa, segundo pesquisador que coordena o monitoramento oficial de casos
26.mar.2020 às 18h29
O Brasil teve uma explosão de registros de internação de pessoas com insuficiência respiratória grave depois da primeira notificação de um paciente com coronavírus no Brasil, indicam dados da Fiocruz.
O primeiro caso de Covid-19 foi notificado no dia 25 de fevereiro. Naquela semana, 662 pessoas foram internadas no país com doença respiratória aguda, com sintomas como febre, tosse, dor de garganta e dificuldade respiratória.
Na semana entre os dias 15 e 21 de março, o número de novos internados já tinha saltado para 2.250 pacientes, de acordo com a projeção feita com base nas notificações oficiais enviadas por unidades de saúde e hospitais públicos, e alguns privados, de todo o país ao Ministério da Saúde.
“É um número dez vezes maior do que a média histórica, de cerca de 250 casos de hospitalização nos meses de fevereiro e março, em anos anteriores”, diz o pesquisador Marcelo Ferreira da Costa Gomes, da Fiocruz (Fundação Oswaldo Cruz).
Ele coordena o InfoGripe, sistema da Fiocruz que, em parceria com o ministério, monitora os dados da Síndrome Respiratória Aguda Grave (SRAG) no Brasil. Ela pode ser causada por vários vírus, como influenza, adenovírus, os quatro coronavírus sazonais que já circulavam anteriormente –e o novo coronavírus.
Segundo Gomes, os números sugerem que o “grande aumento” de internações pode ter ocorrido “em decorrência da Covid-19”, embora nem todas as pessoas hospitalizadas tenham sido testadas para a doença e os resultados dos exames estejam saindo com atraso de vários dias.
“É uma curva vertiginosa”, diz ele. “Já havia pressão no sistema de saúde, neste ano, maior do que a usual, com ligeiro aumento nas internações em janeiro e fevereiro do que nos mesmos meses de anos anteriores”, afirma. “Mas, nas duas últimas semanas, houve uma explosão. Essa curva aumentou drasticamente, possivelmente por causa do coronavírus”, afirma.
“O sistema hospitalar já está sofrendo uma pressão inédita”, segue Gomes.
Ele afirma ainda que a tendência é que as internações sigam crescendo. “A gente ainda não sabe como vai se dar a interação desses vírus, como Influenza A, Influenza B e o novo coronavírus [todos causadores de doenças respiratórias]”, diz.
O estado de São Paulo, o maior do país, tinha no dia 21 um total de 1.228 pessoas internadas, contra uma média de menos de 200 em anos anteriores.
É importante notar que o pico de internações em geral ocorre no mês de maio, quando as temperaturas baixas facilitam a disseminação dos vírus que causam doenças respiratórias.
Especialistas ouvidos pela coluna que integram a linha de frente no combate à doença afirmam que o número de internações antecipa a explosão de casos de coronavírus no país, já que eles só serão confirmados depois do resultado de exames específicos para a Covid-19.
“Os dados só reforçam a necessidade da adoção de medidas de isolamento social, para reduzir a velocidade de disseminação da Covid-19, conforme recomendação”

Mônica Bergamo
Jornalista e colunista.
https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=3362921280387943&id=100000103121317

La crescita dei contagi è stata poi confermata con documento ufficiale che riporta le indicazioni di alcuni accademici brasiliani, Afrânio Kritski, Guilherme Werneck, Rafael Galliez, Roberto Medronho (UFRJ), Mauro Sanchez, Ivan Zimmermann (UnB) e Domingos Alves (USP), pubblicata sul sito dell’Università Federale di Rio de Janeiro  in data 25marzo 2020 https://ufrj.br/noticia/2020/03/25/coronavirus-pesquisadores-da-ufrj-usp-e-unb-emitem-nota-tecnica secondo cui il contagio  nelle città di Rio, Sao Paulo e Brasilia crescerà nei prossimi venti giorni molto di più rispetto alle previsioni inziali.
Una linea di ricerca futuribile riguarda la possibilità di confrontare i dati Covid rispetto ad altre epidemie (TBC, AIDS…) anche in cross reaction:
http://www2.datasus.gov.br/DATASUS/index.php?area=0203
Sono attive in Brasile realtà come la Fondazione Osvaldo Cruz che sul sito di riferimento
https://portal.fiocruz.br/coronavirus offrono comunicazione aggiornamento e danno notizia di iniziative volte al supporto sanitario e preventivo del contagio.
E’ molto interessante notare come in Brasile sia già in atto una riflessione di ordine antropologico e sociologico con la pubblicazione quotidiana di articoli inerenti alla revisione del fenomeno Covid in termini interdisciplinari, a partire da una cooperazione di enti culturali diversi:
Os boletins Cientistas Sociais e o coronavírus são uma série de textos que serão publicados ao longo das próximas semanas. Trata-se de uma ação conjunta, inédita, que reúne a Sociedade Brasileira para o Progresso da Ciência-Santa Catarina (SBPC-SC), a Associação Nacional de Pós-Graduação em Ciências Sociais (ANPOCS), a Associação Nacional de Pós-Graduação em Geografia (ANPEG), a Associação Nacional de Pós-Graduação em História (ANPUH), a Associação Nacional de Pós graduação e Pesquisa em Letras e Linguística (Anpoll), a Sociedade Brasileira de Sociologia (SBS), a Associação Brasileira de Antropologia (ABA), a Associação Brasileira de Ciência Política (ABCP) e a Associação dos Cientistas Sociais da Religião do Mercosul (ACSRM). Nos canais oficiais dessas associações estamos circulando textos curtos, que apresentam trabalhos que refletiram sobre epidemias. Esse é um esforço para continuar dando visibilidade ao que produzimos e também de afirmar a relevância dessas ciências para o enfrentamento da crise que estamos atravessando. Acompanhe e compartilhe!
***
Confira abaixo todos os boletins publicados até o momento:
Boletim n. 7 | A linguagem republicana diante da crise: uma análise de A Revolta da Vacina, de Nicolau Sevcenko
Por Por Vinícius Müller – publicado em 28/03/2020
Boletim n. 6 | A produção do social em tempos de pandemia
Por grupo de pesquisa Tecnologia, Meio Ambiente e Sociedade – TEMAS – publicado em 27/03/2020
Boletim n. 5 | Medo Global
Por Gustavo Lins Ribeiro – publicado em 26/03/2020
Boletim n. 4 | Contenção de crises no Brasil e seus reflexos no mundo do trabalho sob as lentes da sociologia
Por Maurício Rombaldi – publicado em 25/03/2020
Boletim n. 3 | As Ciências Sociais e a Saúde Coletiva frente a atual epidemia de ignorância, irresponsabilidade e má-fé
Por Sérgio Carrara – publicado em 24/03/2020
Boletim n. 2 | Covid-19: escalas da pandemia e escalas da antropologia
Por Jean Segata – publicado em 23/03/2020
Boletim n. 1 | Cientistas sociais e o coronavírus
Por Rodrigo Toniol – publicado em 22/03/2020”
http://anpocs.com/index.php/ciencias-sociais/destaques/2308-boletim-cientistas-sociais-e-o-coronavirus

Al 27 marzo:

Brasil registra 3.417 casos confirmados de coronavírus e 92 mortes
https://www.saude.gov.br/noticias/agencia-saude/46614-brasil-registra-3-417-casos-confirmados-de-coronavirus-e-92-mortes

Al 28 marzo:

https://covid.saude.gov.br/
Painel Coronavírus
Ministério da Saúde
Última atualização 18:00 28/03/2020 3.904
Casos Confirmados 114
Óbitos 2,8%
Letalidade
Casos novos por dia

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 Casos por região

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Norte 184 5%
Nordeste 624 16%
Centro-Oeste 360 9%
Sudeste 2222 57%
Sul 514 13%

Casos por semana epidemiológica

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 Casos por estado

Acre 25, Alagoas 14, Amapá 4, Amazonas 111, Bahia 128, Ceará 314, Distrito Federal 260, Espírito Santo 53, Goiás 56, Maranhão 14, Mato Grosso 13, Mato Grosso do Sul 31, Minas Gerais 205, Paraná 133, Paraíba 14, Pará 17, Pernambuco 68, Piauí 11, Rio Grande do Norte 45, Rio Grande do Sul 197, Rio de Janeiro 558, Rondônia 6 Roraima 12, Santa Catarina 184, Sergipe 16, São Paulo 1406, Tocantins 9

Casos acumulados

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L’EPIDEMIA TRA GLI INDIOS: una emergenza nell’emergenza

https://brasil.elpais.com/brasil/2020-03-23/coronavirus-deixa-povos-indigenas-em-alerta-apos-dois-casos-suspeitos.html
In un articolo apparso su El Pais, in data 23 marzo 2020, Gil Alessi ha evidenziato il problema dei 765000 Indios del Paese, rispetto alla situazione COVID-19, che vede questa popolazione portatrice di una doppia fragilità.
Una fragilità immunologica e una fragilità assistenziale, quest’ultima evidentemente collegata alla difficoltà di censire e raggiungere i soggetti, ora aggravata dalle misure restrittive di contenimento del contagio.
La fragilità immunologica è vecchia storia coloniale, che sembra di fatto perpetuarsi ancora oggi, oltretutto aggravata dallo squilibrio dell’ecosistema amazzonico, nel quale ad esempio sono aumentati i tassi di infezione malarica, per via della deforestazione selvaggia che ha avuto un impatto sulla diffusione delle zanzare portatrici del patogeno.
Al momento gli Indios sono già stati duramente colpiti oltre che dalla malaria, da infezioni polmonari, tra cui la TBC.
À fragilidade do sistema imunológico de muitos indígenas, principalmente os isolados, que não tiveram contato com a população não indígena, se somam o assédio de madeireiros, agricultores, mineradoras, turistas e garimpeiros às suas terras, formando um caldeirão perfeito para a disseminação de várias doenças —de pneumonia e malária à Covid-19—. Os problemas do atendimento dos povos indígenas não é novo, mas tem potencial catastrófico em tempos de pandemia.”
Il problema ha diverse sfaccettature, da quella dell’assistenza medica in loco alle politiche di dislocazione eventuale degli affetti che visto l’assetto immunologico dei soggetti Indios, significherebbe esporli ad una sequela di altri possibili conseguenze da infezioni nosocomiali.
“O Conselho Indigenista Missionário (Cimi), por sua vez, recomendou a todos os seus integrantes que “evitem visitas a aldeias e cancelem encontros e reuniões que possam expor indígenas e suas comunidades à contaminação”. De acordo com a entidade, estes cuidados buscam contribuir para a “preservação da saúde dos povos indígenas (…) levando em consideração a vulnerabilidade, sobretudo, das populações indígenas recém contatadas e sem contato”. Sobre a portaria, o Conselho se disse “perplexo”: “[causa] repulsa a possibilidade de contato com povos isolados justamente quando a população é convocada a ficar em isolamento, diante da gravidade do coronavírus”. A portaria também suspende a concessão de “novas autorizações de entrada nas terras indígenas”, uma medida que visa deixá-los em uma espécie de quarentena, sem contato com pessoas doentes. Os povos do Parque Nacional do Xingu, por exemplo, já tomaram decisão semelhante para evitar o contágio, segundo informou o site Amazônia Real.”
Piccolo dettaglio: l’emergenza Covid-19 potrebbe, almeno per il momento, come si legge nella citazione soprariportata, bloccare almeno temporaneamente nuove autorizzazioni all’entrata in territori indigeni…. La Foresta in un certo senso sembra essersi ribellata…

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