Sono quello che si definisce “figlio d’arte”…. Dal 1200 la mia famiglia, sia da parte materna che paterna, erano medici e si occupavano delle “questioni della vita”.

In realtà io volevo fare come Corto Maltese, un marinaio avventuroso, ma forse era scritto così.

Sono nato negli anni 50 e giocavo in sala di attesa, fra le gambe dei pazienti di mio padre e mio nonno. Come si usava allora una parte della casa era adibita a studio medico. Vi si accedeva attraversando un lungo corridoio. Io giocavo in quel corridoio, correvo, prima con la macchinina a pedali, poi con la bicicletta… vedevo i pazienti andare e venire da casa.

Sono stato fortunato fin dalla nascita.

Conoscevo i pazienti di mio padre e ogni tanto gli chiedevo di loro.

“Scusa babbo ma quel signore?”

“E’ morto”

“Ah… allora è brutta la morte?”

“Perché è brutta la morte? Se non si morisse non si nascerebbe, quindi sei vivo grazie alla morte”

“Ah… allora è bella la morte”

Così mi hanno insegnato a tre, quattro anni che la morte è un’occasione grandissima.

Il momento di maggiore dignità è riuscire a trovare la bellezza, la delicatezza, quando possiamo toglierci qualsiasi infrastruttura e guardarci allo specchio e comprendere cosa è la vita!

Quella realtà di chi moriva, che ho conosciuto negli anni 70, ora non c’è più.

Ricordo ancora da giovane oncologo la mia prima comunicazione ad un signore che “il suo tempo aveva un tempo”.  Era un contadino, di settant’anni circa. Ricordo il mio silenzio. E lui ad un certo punto esordì:  “Che problemi hai a dirmelo? Lo sai che esistono le stagioni nella vita: è arrivato il mio inverno, che problema hai a dirmelo?”

E’ stata la mia prima volta, la ricordo bene. La prima volta che mi sono occupato di “Omega”.

Con Mille giorni d’oro ci siamo occupati dell’”Alfa” chissà mai che un giorno non scriveremo dell’”Omega”.

Cos’è per te “La Torre”?

Osare il Domani.
Osare l’Uomo.

E’ il sogno che continua a vivere. Era nato con progetto donna, progetto uomo, progetto bimbo… sono passati trent’anni e continua ad essere “progetti”, è come il lavoro dietro le quinte: detesto la prima ma amo l’anteprima, quello che c’è dietro, il laboratorio, il pensare, il fare, il disfare…

La Torre sfida il cielo, è avanguardia. E’ flirtare ogni giorno con l’altro da difensore della cultura, della scienza, della tecnologia ma con il coraggio di superare la frontiera.

Hai bisogno di creare un limite per trasgredirlo, è quella la parte che mi diverte. Rappresenta l’avanguardia con il coraggio del disobbediente, il gusto della trasgressione, ma per poter trasgredire devi conoscere bene le regole del gioco, essere il miglior giocatore, altrimenti crei solo caos, ma non caos deterministico, se stai chiuso nella tua frontiera non puoi creare un’avanguardia!

Quando soffia il vento del cambiamento alcuni erigono muri, noi mulini…

A proposito di avanguardia, quando sono stata a La Torre ho potuto accedere alla biblioteca di “vivere il morire” che gentilmente mi hai messo a disposizione e mi ha molto colpita che già nel 1998 avevi organizzato un convegno su “vivere il morire”.

In realtà già nel 1978 avevo iniziato ad occuparmi di “vivere il morire”.

Sono stato uno dei pochi italiani membri fondatori nel 1988 della Società Europea di Cure Palliative.

Quando il paziente non era più suscettibile di terapie, l’oncologo lo abbandonava e i pazienti venivano trasferiti in medicina interna. Ricordo bene l’insegnamento: “quando un paziente non risponde più alle terapie dimenticate di essere oncologici: se ha un problema respiratorio, curate quello, se intestinale curate quello, garantite al paziente la miglior Qualità di Vita possibile e la dignità del saluto”.

Palliative deriva da “pallio” il mantello con cui avvolgere la persona.

Per questo nel 1998 abbiamo organizzato quella triade di incontri sul diritto di morire: il diritto ad essere consapevoli, il diritto a non essere soli, il diritto a trovare asilo.

In fin dei conti prima si nasceva e si moriva in casa.

Il primo incarico di mio padre fu da “medico interino” che sostituiva il condotto a San Severino Marche.

Lui veniva dalla scuola di Augusto Murri, non era né ginecologo né ostetrico. La prima notte lo chiamarono per un parto podalico: nacque un bimbo sano, la cui madre morì di spagnola 5 anni dopo.

Alfa e Omega.

Si nasceva in casa, si moriva in casa.

Già nel 1998 il progetto che ci ponevamo di “Hospice” era una casa relativamente piccola pronta ad accogliere le persone nel fine vita con i propri ricordi, i propri mobili, circondati dalle proprie cose, con una finestra affacciata su una scuola, su un asilo in modo tale che ci fosse un flusso continuum vita-morte, con i suoi profumi, i suoni, gli odori, le piccole cose: la gioia, la bellezza, la ricchezza, l’eternità…

Hai paura a morire se non hai mai vissuto, pertanto parlavamo di diritto al morire, ma quale morire?

 

 

 

Mi piacerebbe chiederti del corso: se sei soddisfatto, hai altri programmi, obiettivi?

Ti posso dire cosa ho in mente in questo momento che magari prima di sera sarà già arricchito da altri pensieri, ad ogni modo il mio obiettivo è aiutare a costruire il futuro per chi nasce oggi e per chi nascerà domani. Riuscire a far comprendere alle persone il gusto e il piacere della libertà che spesso politica ed economia hanno compromesso in un servilismo volontario, una schiavitù. Mi piacerebbe chiudere gli occhi e tornare a vedere uomini e donne liberi, con la luce negli occhi, capaci di sognare.

Devi conoscere la vita, devi capire il senso della vita che è fatto di regole, del gusto del piacere, della trasgressione per andare avanti con una base solida.

Non fermarti davanti a regole imposte consapevole che devi salire sempre più in alto e quando sarai in cima sarai solo ma potrai colloquiare con il cielo.

Rifarei tutta questa vita, tutta uguale, comprese le cavolate che ho fatto…