Aggiornamento del Progetto di ricerca relativo all’analisi delle “incongruenze” epidemiologiche e cliniche nell’epidemia Covid-19: uno studio sui sistemi complessi coinvolti nel contagio 

 Aprile 2020

Prof. Maurizio Grandi
La Torre, Istituto di Ricerca, Torino

Dott.ssa Erica F. Poli
La Torre, Istituto di Ricerca, Torino

Dott. Maurizio Benfatto
INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frascati

Dott.ssa Elisabetta Pace
INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frascati

 -Documento riservato-

Il gruppo di ricerca fornisce in questo documento un primo aggiornamento dell’esito di due analisi svolte:

  • Una mappatura per Stati della diffusione pandemica, soprattutto orientata alla valutazione del contagio in stati “silenziosi” o dai quali non giungono notizie certe , basata su fonti dirette (ricercatori, universitari, corrispondenti) di cui disponiamo in quanto collegate da anni al lavoro della Onlus Artaban. La mappatura è consultabile ai seguenti link:
    https://www.la-torre.it/mappatura-per-stati
    https://www.la-torre.it/covid-19-e-i-paesi-silenziosi
  • Una valutazione del ruolo dell’inquinamento ambientale (tossici e 5G) nella diffusione del Covid-19 e nella suscettibilità alle complicanze.

Oltre ai nostri elaborati, consultabili al seguente link:
https://ongood.eu/evidenza/breve-dossier-sulla-relazione-tra-inquinamento-urbano-alterazione-dellecosistema-e-covid19/
e all’analisi specifica relativa all’inquinamento elettromagnetico presente al link
https://www.la-torre.it/5g
è stata già pubblicata l’evidenza che l’inquinamento dell’aria correli con un incremento dei tassi di mortalità da Covid-19:
https://www.theguardian.com/environment/2020/apr/07/air-pollution-linked-to-far-higher-covid-19-death-rates-study-finds?CMP=Share_iOSApp_Other
altre fonti in:
https://www.tpi.it/cronaca/coronavirus-focolai-citta-inquinate-classifica-corrispondenza-20200331576865/?utm_source=Facebook&utm_medium=bot&utm_campaign=bottip2

Abbiamo analizzato la reale possibilità di dedurre una modellistica applicabile al fenomeno pandemico e il nostro studio osservazionale è giunto alla conclusione che non sia di fatto possibile adottare una modellistica attendibile.
Le ragioni sono sostenute dalle numerose analisi statistiche che dimostrano la difficoltà di una modellizzazione dell’epidemia basata sui criteri finora adottati.
A tal proposito si veda:

E’ risultato evidente al Nostro gruppo che, viste le analisi sopra riportate, la strada della modellistica della diffusione del virus sulla base del modello “umano” non sia utilmente percorribile e possa aprire maggiori chances euristiche l’adozione di una linea per così dire, controcorrente, ovvero prendere la strada di una modellizzazione sulla base del modello “virale”.
Il concetto centrale di questa linea di ricerca risiede nel fatto che il virus è una struttura arcaica, come arcaiche di fatto sono le risposte immunitarie ad esso: in altri termini il nostro DNA è ancora quello dei nostri progenitori.
La riposta al virus è basata su una organizzazione immunologica ben antecedente all’epoca della tecniche.
Per costruire un modello sul virus è necessario un lavoro di revisione dei precedenti epidemiologici: una ricerca sulle variabili sovrapponibili (non su quelle differenzianti) rispetto alle epidemie del passato.
In particolare analizzeremo alcuni documenti:
Anais de historia de alem-mar XVIII 2017
CHAM — CENTRO DE HUMANIDADES
FACULDADE DE CIÊNCIAS SOCIAIS E HUMANAS
UNIVERSIDADE NOVA DE LISBOA
UNIVERSIDADE DOS AÇORES
A cura di João Paulo Oliveira e Costa

EPIDEMIA Y ESCLAVITUD EN LA AMAZONIA (1748-1778)
Antonio Otaviano Vieira Junior & Roberta Sauaia Martins
Universidade Federal do Pará
Resumen.

Obradoiro de Historia Moderna, N.º 25, 115-142, 2016, ISSN: 1133-0481 doi: http://dx.doi.org/10.15304/ohm.26.3228

La focalizzazione su Brasile e Amazzonia è collegata all’ipotesi di poter costruire un modello di diffusione“virale” invece che di contagio umano che comporta revisione delle epidemie precedenti, ma soprattutto in aree  e popolazioni circoscritte come ad esempio gli Indios in Amazzonia.
Oltretutto, nel caso di Covid, la migliore risposta terapeutica a mediatori immunologici, come Tocilizumab, corticosteroidi, IFN, e l’utilità dell’impiego congiunto di anticoagulanti come Clexane, indicano che la morbilità e mortalità della virosi è strettamente legata alla risposta stessa del sistema immunitario del soggetto affetto, tramite mediazione dei fattori flogistici come IL6 e attivazione di meccanismi tromboembolici da CID (Coagulazione Intravascolare Disseminata).
Si collega dunque alla linea di modellizzazione virale il filone di ricerca farmacologico, nel quale l’Amazzonia è di nuovo centrale.
La Clorochina: china, alcaloide della corteccia della Cinchona, già usata da Ana Osorio, contessa di Cinchon ,moglie del governatore del Perù per curare la malaria.
Perchè gli alcaloidi? e in realtà non solo quelli della Cinchona ma magari anche quelli del meno noto Geissospermum sempre subtropicale… perchè gli alcaloidi esattamente come la risposta di IFN e IL6 (vedi Tocilizumab) sono la risposta (arcaica, cioè ancestralmente costruita e mantenuta) delle piante all’ingresso di un agente, o ad un insulto come quello del virus.
Risposta che poi è seguita, nelle piante, dalla più intelligente delle mosse, la stessa che dovremmo fare anche noi: la possibile convivenza.
Quando le piante emettono una gommoresina lo fanno come risposta ad un insulto o ad un parassita, i terpeni delle gommoresine lo combattono, ma alla fine lo inglobano, e in alcuni casi si genera anche una simbiosi.

L’obiettivo della seconda fase del progetto è dunque:

  • analisi delle epidemie precedenti con particolare attenzione alla diffusione epidemica in aree e popolazioni circoscritte, quindi con un numero minore di variabili umane intercorrenti al contagio virale
  • modellizzazione centrata sul virus
  • studio della interazione virus/sistema immunitario e relative strade terapeutiche
  • modellizzazione di un piano di convivenza uomo-virus, ovvero linee guida di tutela della suscettibilità, riduzione dei fattori di rischio, tra cui anche inquinamento ambientale, pollution e 5G nonché bonifica degli ambienti indoor

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Progetto di ricerca relativo all’analisi delle “incongruenze” epidemiologiche e cliniche nell’epidemia Covid-19: uno studio sui sistemi complessi coinvolti nel contagio

Marzo 2020

Prof. Maurizio Grandi
La Torre, Istituto di Ricerca, Torino

Dott.ssa Erica F. Poli
La Torre, Istituto di Ricerca, Torino

Dott. Maurizio Benfatto
INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frascati

Dott.ssa Elisabetta Pace
INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frascati

 -Documento riservato-

Premessa

L’epidemia Covid-19 rappresenta una emergenza globale e “nuova”, sebbene preannunciata da diverse previsioni epidemiologiche e da più fonti, comprese le fonti WHO.
https://www.ilgiornale.it/news/mondo/loms-sapeva-rischio-pandemia-era-gi-tardi-1842326.html
L’epidemia sembra essere partita nel tardo 2019 e si è configurata come pandemica nel marzo 2020: a tutt’oggi è una situazione in continuo mutamento, che richiede una revisione costante anche delle interpretazioni dei dati.
In un contesto mediatico altamente globalizzato come il nostro, anche la circolazione delle informazioni risulta “epidemica”, con vere e proprie diffusioni di focolai di notizie virali che incidono anche sui comportamenti dei soggetti, introducendo una ulteriore variabile nella diffusione del contagio stesso.
Si tratta di fatto di un sistema complesso e come tale caotico, dove è il moto browniano delle notizie a governare le condotte delle masse.
Per questo si ritiene necessario promuovere un progetto di studio e ricerca che sia in grado di aggregare in forma critica i dati pubblicati, collegare i dati rilevanti e i risultati precoci delle ricerche esistenti.
In realtà, tutti i dati e le ricerche sull’andamento della virosi Covid-19 sono preliminari e i ricercatori stessi stanno imparando man mano di più sul virus mentre il problema evolve.
Anche questo rappresenta un sistema complesso dal punto di vista della sua fenomenica, con processi di tipo circolare e interazioni non lineari tra le variabili.
Non vi è dubbio che le ricerche pubblicate sinora risulteranno a breve da rivedersi, in un gioco di feedback e feedforward che di fatto riproduce perfettamente l’aggiustamento continuo del sistema biologico nel mantenimento dell’omeostasi, come era già stato chiarito ad esempio da Henri Laborit con il concetto di eutonologia.
Di nuovo, si profila l’utilità di una revisione costante dei dati, attraverso un processo analitico di tipo divergente secondo quanto teorizzato da Guilford nel 1967 e nell’ottica dei sistemi complessi secondo i concetti prima di Gregory Bateson ed Edgar Morin, e poi di Francisco Varela e Ludwig Von Bertalanffy.
A questo proposito giova ricordare che, in tempi ben antecedenti, all’emersione del problema sommerso SARS Cov 2, le traiettorie programmatiche del Master in Antropologia della salute dei sistemi complessi viaggiavano già in questa direzione, tanto da risultare ad oggi quasi profetiche, come del resto le  traiettorie di ricerca dello stesso CIRPS (si veda in proposito il testo di presentazione del Master in allegato).
Nella situazione corrente riteniamo sia necessario un continuo lavoro di revisione della conoscenza raggiunta che consideri costantemente il feedback che ritorna dalla fotografia dell’andamento della virosi e reinterpreti il senso dei dati alla luce dell’evoluzione del fenomeno.
Oltretutto esistono dei bias che sono già stati evidenziati (www.ourwordlindata.org) tra i dati pubblicati da European Center for Disease Control and Prevention (ECDC), il quale fondato a Stoccolma nel 2005 è una EU agency che pubblica statistiche infettivologiche non solo per l’ambito europeo ma mondiale e i dati WHO.
Il bias risiede nello sfasamento di pubblicazione dei dati ECDC rispetto alle agenzie nazionali (ECDC pubblica in ritardo rispetto alle singole agenzie dei singoli stati perché raccoglie e aggrega tutti i dati) e raccoglie i dati tra le 6 e le 10 am ora locale, per poi pubblicarli alla 0.1 pm quando emette al Situation Update Worldwide.
WHO raccoglie i dati di agenzie internazionali, e ha, dal 18 marzo, shiftato il cutoff timing nella fascia oraria che va dalle 9 am alle 0000.
Queste differenze “circadiane” nella raccolta dei dati fanno sì che vi sia nuovamente uno sfasamento tra la pubblicazione dati ECDC e dati WHO che rende ancora più complesso il sistema, per via del fatto che le singole ricerche e le singole proiezioni potrebbero basarsi di volta in volta su dati ufficiali che però risultano discrepanti.
Inoltre esistono altre fonti autorevoli, come ad esempio Johns Hopkins University, che pubblicano le proprie statistiche e di nuovo il sistema si complessifica.
Oltretutto sappiamo bene che, per via dei portatori asintomatici del virus e delle differenti politiche nazionali sulla distribuzione dei tamponi, ad esempio, l’unico dato di maggiore certezza sarebbe il numero di morti confermate per Covid-19, ma in realtà anche in questo caso, dato il variabile intervallo tra insorgenza dei sintomi e decesso (tra 2 e 8 settimane) esiste un gap tra i dati relativi ai ricoveri nelle terapie intensive e i decessi, oltretutto con un bias relativo al decesso per Covid-19 o con Covid-19.
Questi sono solo degli esempi della complessità del sistema, che comprende poi anche la valutazione della crescita esponenziale o meno del contagio, delle differenze tra i dati globali e nazionali e così via e che il presente studio si prefigge, se non di chiarire, obiettivo forse utopico, quanto meno di descrivere ed esplicare nella sua fenomenica.
Il secondo versante della ricerca, riguarda l’altro aspetto di complessità in gioco nell’emergenza Covid-19, ovvero la relazione tra l’epidemia e l’ambiente in cui si propaga e la relazione tra il fatto emergente e la reale situazione infettivologica del pianeta rispetto alla mortalità globale e alle emergenze sanitarie globali e di fatto, se non sommerse, trascurate nella lettura dei dati.
Si evince facilmente che si tratta di nuovo di un sistema ad alta complessità di variabili che lo studio si prefigge appunto di esplicitare e descrivere nella loro reciproca interazione.
Di nuovo, in forma preliminare, alcune considerazioni sul panorama sanitario mondiale nel quale Covid-19 si situa, da cui partiremo per lo svolgimento del progetto di ricerca.
Nel mondo tra le prime cause di mortalità si annoverano a tutt’oggi le patologie infettive: quattro milioni morti per malattie infettive nel 2019.
Oltre 49.000 in Italia (19.000 nel 2003) che rappresenta il 30 per cento della comunità europea.
Di fatto, la globalizzazione, oltretutto per come sono state gestite sinora le politiche sanitarie nazionali e internazionali, non ha potuto che peggiorare il quadro infettivologico globale, aumentando di fatto le occasioni di circolazione dei patogeni e di diffusione del contagio.
Parimenti l’inquinamento globale, per via del riscaldamento del pianeta che favorisce il pabulum di diversi patogeni (ne sono esempio l’incremento della difterite collegato al riscaldamento globale, e la diffusione della zanzara tigre ) e per via della mutagenicità dei tossici, e lo squilibrio degli ecosistemi parallelamente alla deforestazione, contribuiscono ad aggravare il quadro.
Oltretutto la situazione è complicata dalla crescente chemioresistenza dei patogeni, collegata chiaramente al misuso e abuso delle terapie farmacologiche.
Infine e non ultimo il problema della qualità dell’aria indoor, che ha giocato un ruolo rilevante nella SARS e potrebbe giocarlo anche nel SARS Cov 2 e di cui non abbiamo disponibilità di dati.
Patologie come il Dengue e l’AIDS di fatto continuano a mietere vittime su larga scala.
Il quadro deve anche tenere conto dell’incidenza degli aspetti economici e degli interessi farmaceutici privati, che traendo guadagno da vaccini e chemioterapici, necessariamente a livello politico impattano sulle decisioni in tema sanitario.
La crescente privatizzazione delle strutture ospedaliere (60% dei posti letto ospedalieri italiani afferiscono in strutture acquisite dal privato) complica ulteriormente il quadro.
Come si muore nel mondo:
https://www.agi.it/blog-italia/data-journalism/cause_di_morte_nel_mondo_ictus_infarto-3949607/post/2018-05-25/
Le persone decedute nel 2016, a livello mondiale, sono state quasi 57 milioni (56,9) e di queste oltre 15 milioni sono morte per infarto o ictus. Lo attestano i dati che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato il 24 maggio scorso, sottolineando come questo primato confermi quello registrato 15 anni fa in una precedente rilevazione. La terza causa di morte più diffusa è la broncopneumopatia cronica ostruttiva (3 milioni), seguito dalla prima causa di morte infettiva, infezioni respiratorie inferiori, che nel 2016 hanno anch’esse causato la morte di circa 3 milioni di persone.
Cambiando, però, le lenti con cui guardare questi dati, la situazione cambia radicalmente. Se prendiamo in considerazione solamente i paesi con un reddito più basso (le cosiddette low-income countries nel gergo della statistica internazionale), la fotografia è diversa. Le forme diarroiche e infezioni respiratorie diventano i principali killer. Anche l’AIDS torna a fare capolino al quarto posto della classifica e si aggiungono anche complicazioni dovute al parto, asfissia alla nascita e malaria.
In un rapido excursus ecco alcuni dati relativi a singole patologie:

  • Tbc: il 24 marzo 1882 ci fu la scoperta del bacillo e dopo 138 anni, abbiamo ancora 10 milioni di malati, 1.600.000 morti di cui 230.000 bimbi (15.000 bimbi morti al giorno, di cui 5.600 sotto i 5 anni e 4.200 sotto il primo anno). La speranza è quella di ridurre del 35 per cento l’incidenza e del 75 la antibioticoresistenza.

cartinaantibioticoresistenza

  • Malaria: 10.000.000 di malati di cui 400.000 morti, in espansione in America Latina e Centrale, in calo in Africa per impiego artemisisina, in aumento la chemioresistenza e la resistenza agli insetticidi. Diffusione a 25 gradi.
  • Influenza: in Italia nel 2019 morti 8.000. Incidenza da 14 ottobre a 20 febbraio oltre 5.000.000. Si stima che nel mondo accada una mutazione ogni 20 minuti il che rende ragione di un panorama infettivologico di fatto drammatico.
  • AIDS: per una immagine della diffusione: https://oggiscienza.it/wp-content/uploads/2014/02/diffusione-hiv.jpg
  • Febbre dengue: in aumento e nel 40 per cento dei casi i vettori sono nuovi (zanzara Tigre ne è un esempio).

cartinaprimadiebola

  • Ebola: 11000 morti tra 2013 e 2016, responsabile il pipistrello della frutta.
  • Zika: 1538 morti nel 2019. Diffusione a 29 gradi.
  • Malattia di Lyme, dai roditori.
  • Zoonosi: più di 200 nel mondo, ebbero inizio dopo l’addomesticamento del cavallo. Alcuni esempi: dal bue, morbillo vaiolo tbc; dal pollo, il Fuoco di Sant’Antonio, l’Aviaria forse anche la Spagnola.

Per avere un panorama delle malattie attualmente presenti e trasmesse da vettori:

 Obiettivi

L’obiettivo del progetto è quello di comprendere, attraverso strategie di analisi derivate dal modello del pensiero divergente, quelle che sono definite come “incongruenze” epidemiologiche o cliniche dell’epidemia SARS Cov2, ovvero eventi non attesi secondo il modello epidemiologico corrente, aspetti non previsti o non prevedibili in base alle proiezioni sanitarie e interazioni multifattoriali intercorrenti nelle dinamiche del contagio e nella fenomenologia clinica.
Il fine dello studio è di raggiungere una comprensione della dinamica dell’epidemia non solo nell’ambito regionale e nazionale italiano, ma nell’ambito globale di diffusione della virosi Covid-19.
Appare evidente che in una societa’ di alta mobilita’ e ad alta globalizzazione la probabilità di incremento della diffusione del contagio cresca notevolmente, ma parallelamente intercorrono con queste dinamiche le condizioni collegate all’inquinamento ambientale e alla disponibilità delle strutture sanitarie, condizioni di più difficile inquadramento, ma indispensabili alla comprensione del fenomeno.
I risultati del progetto potranno rivelarsi utili anche al fine della futura gestione di altre epidemie, che, come è ben noto, sono, se non espressamente previste, quantomeno ipotizzate negli anni a venire.
(cfr. David Kammen Spillover, Adelphi, 2014).
Il progetto si propone di utilizzare un modello di intelligenza divergente nell’analisi dei dati, ovvero l’applicazione di una metodica multivariata, multisource, multiscale, che sia in grado di non cadere nel bias di tentare la risposta ad un quesito tramite gli stessi processi che lo hanno generato: ne è un esempio, nel caso Covid 19, l’impatto che gli strumenti tecnici predittivi e la divulgazione precoce dei risultati di tali metodiche statistiche hanno avuto sui comportamenti della popolazione e sui flussi di mobilità, incidendo sulla diffusione del contagio, in forma per così dire circolare e retroattiva, tipica appunto dei sistemi complessi a multivariabili interconnesse.

Le ipotesi di ricerca

Allo stato attuale, i dati che maggiormente spiccano nel quadro di diffusione del contagio sono :

  • Inquinamento ambientale (compreso quello elettromagnetico) e diffusione di Covid-19, e di patologie infettive in genere, in relazione non solo alla diffusione del virus, ma anche alla maggiore suscettibilità a complicanze. In questo senso, interessante la valutazione delle differenze di contagio e dei quadri clinici in aree diverse.
  • Ulteriore ambito di ricerca riguarda la qualità dell’aria indoor.
  • Ipotesi diffusione virale in aree inquinate (relazione diffusione e PM) come in Lombardia versus diffusione in regioni come le Marche (a minor inquinamento PM ma elevato inquinamento EM).
  • Variabilita’ del virus: ipotesi relativa a diversi ceppi virali, ad esempio il probabile ceppo germanico differente anche quanto a letalità. La mutagenicità del virus naturalmente correla in senso negativo con l’utilità del vaccino.
  • Variabilità nella presentazione clinica e contagio: soggetti asintomatici, quadri lievi, quadri complicati, neurocovid. Presentazione e contagio nei bambini: ipotesi del ruolo del microbiota.
  • Bias collegati al protocollo di analisi dei dati di contagio e di quelli di decesso e problema dei falsi positivi che renderebbe eventualmente ragione delle più alte percentuali italiane rispetto a Cina e Corea e altri stati Europei.
  • Fenomeni di diffusione e flussi mediatici: relazione tra “fuga” di notizie del 7 marzo scorso e incremento del contagio interregionale da esodo di massa: relazione tra web e alta globalizzazione delle informazioni e diffusione del contagio.  In questo senso Covid  è l’epidemia più web che conosciamo.

Relazione tra strategie di governo nell’emergenza e intelligenza a modello convergente:

  • l’immunità di gregge o viceversa la politica di evitamento del contagio tramite restrizione dei contatti, come riflesso di differenti impianti valoriali alla base delle società britannica versus cinese ed italiana (ruolo sociale della fascia degli old e oldest old della popolazione: Lari, Antenati o zavorre sociali; garantismo o meno per le fasce deboli colpite)
  • divergenza tra politiche di cooperazione e realtà della globalizzazione: il caso Venezuela ad esempio testimonia la difficoltà per la politica di recepire i concetti di OneHealth, con la persistenza di una logica di economie separate e distinte in base al debito pubblico nazionale mentre di fatto le problematiche inerenti a risorse, ambiente e salute sono globali, senza frontiere e senza distinzioni (bias tra politica economica, geopolitica e politiche sanitarie; logica sociale e cooperativista versus logica capitalista e nazionalista)
  • Variabili antropologiche intercorrenti nella diffusione del contagio: struttura della famiglia (nucleare o allargata), alimentazione e stili di vita, tipologia di abitazioni, mezzi e vie di trasporto uomo, merci.
  • Variabili etnografiche: la “bufala” dell’indennità dal contagio dei soggetti extracomunitari, le nuove derive “razziste” (nord-sud, extracomunitari, italiani-europei…) versus differenze effettive di carattere immunologico ed epigenetico (stile di vita, alimentazione..)

Vaccini:

A fronte di continue notizie contrastanti spesso fake, (si veda in proposito ad esempio:

occorre fare uno studio di una valutazione vaccinale che consideri variabili al momento non prese in esame come ad esempio quale è la situazione vaccinale della popolazione di Wuhan rispetto alla situazione italiana ed europea e quali reali interferenze, sinergie o protettività rispetto a virosi come Covid-19.
Variabili geografiche italiane: Lombardia, Emilia, Marche.
Variabili geografiche internazionali: la diffusione Covid 19 in Africa e in Iran. Variabili relative alla credibilità o meno dei dati statistici, alle condizioni ambientali e di temperatura, alle condizioni demografiche (età media della popolazione inferiore).
http://ilbolive.unipd.it/it/news/africa-virus-meno-presente-perche

Ulteriori sviluppi

Il progetto nasce con l’intento di essere prospettico, dunque non soltanto destinato ad una più precisa comprensione del problema, ma anche alla possibilità di inferire proiezioni circa l’andamento epidemiologico futuro.
In questo senso uno sviluppo ulteriore potrebbe interessare un confronto specifico tra le condizioni di inquinamento ambientale italiane e cinesi, lo stato della deforestazione cinese e la condizione delle acque cinesi, nonché lo studio dell’andamento delle altre circa 200 zoonosi presenti attualmente sul pianeta, come anche della rivalutazione delle zoonosi pregresse ( a tal proposito vedasi: https://www.lescienze.it/news/2020/03/16/news/coronavirus_bat_woman_pipistrelli_sars-4697657)

In allegato:

1.https://ongood.eu/evidenza/breve-dossier-sulla-relazione-tra-inquinamento-urbano-alterazione-dellecosistema-e-covid19/

MALE DI METROPOLI. BREVE DOSSIER SULLA RELAZIONE TRA INQUINAMENTO URBANO, ALTERAZIONE DELL’ECOSISTEMA E COVID19
18 Marzo, 2020

Maurizio Grandi e Erica Poli
Un tempo c’era il Mal d’Africa.
Più poetico, esotico, fascinoso.

Oggi anche l’Africa è sotto l’offensiva Covid 19, in barba  alla termolabilità del virus, ma naturalmente non si dice.
Come non si dice che, oltre al Covid, ci sono anche le cavallette, nuova piaga faraonica, figlia dello squilibrio dell’ecosistema.
Non è Jahvè stavolta a mandare piaghe e diluvio, ma Madre Natura, dal maschile al femminile, in un video che fa il giro del web e getta una luce apocalittica sull’epidemia.
Al posto dei profeti biblici, gli epidemiologi che, peraltro da tempo, avevano predetto che procedendo con questi ritmi e modalità di globalizzazione saremmo andati incontro a focolai ripetuti di epidemie potenzialmente pandemiche.
Del resto i primi lavori sulla grande famiglia dei Coronavirus risalgono agli anni ’80 del secolo scorso, e, interessante notarlo, molti sono a firma di gruppi di ricerca cinese.
Altra considerazione a margine: al di là dello scandalo dei pandemic bonds, il punto è che da anni le compagnie assicurative di mezzo mondo prevedevano che ci saremmo arrivati.
E come mai?
Male di Metropoli, nuova diagnosi, da rubricare nei manuali.
Andiamo con ordine: il Covid vive endemico in pipistrelli o serpenti, da sempre manicaretti per pochi fortunati di piccole comunità. La stessa storia del kuru per le tribù dove Creutzfeldt Jakob individuò i prioni, resi noti poi all’opinione pubblica con il simpatico nome di morbo della mucca pazza, grazie appunto alla globalizzazione, di cui la Dott.ssa Poli ebbe il piacere di curare in reparto psichiatrico il caso 1 italiano.
I pipistrelli o chi per essi non vengono più macellati in qualche radura sperduta, ma su un banco del mercato affollato.
E la diffusione è servita.
Una mutazione favorita dall’altissimo inquinamento della metropoli cinese ed ecco il passaggio di ospite.
Viaggi intercontinentali, superficialità iniziale alle frontiere e il giro del mondo per il virus è pronto, naturalmente senza bisogno di fare il plan in agenzia e pagare il biglietto.
Scherzi a parte, ma l’ironia è pur sempre una buona arma per guardare uno spettacolo di scempio senza esserne sopraffatti, ci sono alcuni punti relativi alla diffusione di Covid 19 sui quali si possono fare ragionevoli considerazioni.

1. Inquinamento ed epidemia
Oltre ai rischi della globalizzazione in termini di diffusione e contagio, di cui sopra, l’altro ambito di cui si è parlato poco finora, ma che invece è profondamente significativo, riguarda la relazione tra inquinamento ambientale ed epidemia.
Anche se le Istituzioni come Arpa Lombardia, vanno caute nel trarre conclusioni, è innegabile che in Cina il blocco totale abbia abbattutto le emissioni inquinanti, legate ad attività industriali e traffico, e in concomitanza a questo, i tassi di contagio siano scesi.
È altrettanto innegabile, confermato dai dati dell’agenzia spaziale europea ESA Copernicus, che in Lomabardia, in termini di emissioni di CO2, stia accadendo la stessa cosa.
Un po’ di antefatti, tratti da un articolo di Anna Gerometta, presidente dell’Associazione Cittadini per l’Aria:
Per oltre due mesi, dall’inizio di dicembre alla prima settimana di febbraio 2020, le concentrazioni di particolato, PM10 e PM2.5, e NO2, biossido di azoto, in Lombardia sono state pressoché costantemente ben oltre i limiti di legge. Dopo un dicembre irrespirabile, a metà febbraio erano già stati consumati in Lombardia i 35 giorni annui di superamento del limite dei 50 µg/m3 concessi dalle norme europee per il PM10.”
E ancora:
“Nel 2013 un gruppo di ricercatori cinesi ha provato ad analizzare la porzione di particolato atmosferico consistente nei microorganismi inalabili, per intenderci batteri, virus e funghi (Inhalable Microorganisms in Beijing’s PM2.5 and PM10 Pollutants during a Severe Smog Event, Cao et al.  Environ. Sci. Technol. 2014, 48, 3, 1499-1507,).
La loro ricerca, ha mostrato che al crescere delle concentrazioni di particolato si verificava un incremento dei microrganismi nell’aria. Ovvero più erano elevate le concentrazioni di inquinanti nell’aria maggiori erano le quantità di microrganismi patogeni nell’aria di Pechino. Se la conclusione dello studio cinese fosse confermata, si potrebbe supporre che, giunto in Italia a cavallo fra il 2019 e il 2020, il virus abbia trovato in Lombardia terreno, anzi aria, assai fertile per la sua diffusione.”
Si aggiunga a questo l’ovvio legame tra inquinamento, infiammazione cronica e vulnerabilità polmonare, con insorgenza di patologie respiratorie ed evidente maggiore suscettibilità al contagio e allo sviluppo di complicanze.
(Fra i più recenti Griegg “Air Pollution and Respiratory Infection: An Emerging and Troubling Association” solleva il tema nel 2018 facendo riferimento a uno studio sui bambini e il virus sinciziale https://www.atsjournals.org/doi/full/10.1164/rccm.201804-0614ED; uno studio recente sui ricoveri da influenza a New York “Associations between Source-Specific Particulate Matter and Respiratory Infections in New York State Adults” Environmental Science & Technology 2020 54 (2), 975-984
https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.est.9b04295 ; ed infine un recente studio che evidenzia l’alterazione del sistema immunitario “Air pollution and its effects on the immune system” del 30.1.2020, Drew A. Glencross et al. https://doi.org/10.1016/j.freeradbiomed.2020.01.179)

Ancora dati, utili per comprendere la dimensione del problema:
Lo studio VIIAS (Metodi per la Valutazione Integrata dell’Impatto Ambientale e Sanitario dell’inquinamento atmosferico), che nel 2015 ha studiato l’incidenza sanitaria dell’inquinamento nel nostro paese, riconduce circa un terzo della mortalità che si verifica in Italia, all’inquinamento atmosferico.
Bruce Aylward, capo della delegazione dell’Organizzazione mondiale della sanità a Wuhan, ha recentemente parlato, a proposito della diffusione del virus in Cina a carico dei più giovani, di cofattori incidenti fra i quali il fumo, al quale l’inquinamento può certamente essere assimilato.
Ecco dunque una possibile spiegazione della ragione della maggiore e più violenta diffusione del virus in zone altamente inquinate, della maggiore suscettibilità a complicanze eventualmente anche in soggetti giovani, ma con stato infiammatorio cronico da patologia ambientale, persino forse della mutagenicità del virus, visto che i tossici ambientali sono potenti agenti mutageni.
Un “bel” male da metropoli, rispetto al quale la politica e la società devono necessariamente interrogarsi.
Secondo i risultati di campionamenti effettuati a Wuhan, il virus si aggregherebbe infatti ai PM (poveri sottili), anche se non è noto per quanto a lungo vi resti attivo, ma va da sé che maggiori sono i PM e maggiore la possibilità che vi siano carriers disponibili per virus della famiglia SARS – CoV-2 . Seguendo questa logica è chiaro che, se non ci fosse inquinamento ambientale, dovrebbe diminuire sicuramente pure la trasmissione virale.
Non a caso, in data 23 febbraio, e non inutilmente si spera, è stato emesso il DDL S. 1337 in materia di Applicazione della valutazione di impatto sanitario ai procedimenti di autorizzazione integrata ambientale che recupera temi che il Prof. Maurizio Grandi a La Torre (Torino), e prima ancora insieme al grande Henri Laborit, nel suo laboratorio storico di Parigi all’ospedale Boucicaut, da decenni indaga in termini di promozione e prevenzione della salute e in termini di cura delle dinamiche eziopatogenetiche ambientali in ambito oncologico, immunologico e neurodegenerativo.
Oggi l’epidemia Covid 19 sembra essere foriera al contempo di crisi ed opportunità: come affermato da Massimiliano Sassoli de’ Bianchi, docente presso  il  Center Leo Apostel for Interdisciplinary Studies (CLEA) della Vrije Universiteit di Bruxelles:  “il coronavirus è un hacker  creato dalla natura per mostrare la vulnerabilità del nostro sistema prima che collassi completamente”.

2. La Foresta salverà il mondo
Un rapporto strettissimo lega il Sars-Cov-2 ,severe acute respiratory syndrome, o più semplicemente Corona, e la scomparsa della foresta, l’ecosistema più ricco di biodiversità. Effetto boomerang che ricorda lo “spillover” di David Quammen di tempi non sospetti(2012), tracimazione in cui il patogeno passa da un animale all’altro.
In una recente intervista, Quammen stesso, quasi riedizione di una Cassandra inascoltata che vede avverarsi le sue tristi previsioni, ripete quel che già era leggibile per tutti nel suo testo edito da Adelphi quasi dieci anni fa:
““Siamo tutti parte della natura, dell’ecosistema della Terra. Questo nuovo virus arriva a noi da animali selvatici, in un ecosistema completamente diverso. Ci sono una pletora di animali selvatici, ognuno con un virus singoli. Quando noi mischiamo tutto, deforestiamo, trasportiamo animali selvatici altrove, sconvolgiamo questo escosistema e questi animali, noi diventiamo degli ospiti in alternativa per questi virus. Ci sono 7 miliardi e 700 milioni di persone che possono essere potenziali ospiti interconnessi. In questo modo ce la vogliamo noi, a causa della distruzione di questi ecosistemi e di questi animali selvatici”.
“È stato triste e molto frustrante vedere che tutti i segnali che erano stati dati 10 anni fa quando io ascoltavo gli esperti, sentivo quello che dicevano e ho usato quello che loro sapevano per riuscire a fare le mie previsioni e loro le loro. E’ stato frustrante. Tutti i segnali allarmanti della SARS – e ritorniamo in Cina nel 2003 – e tutti questi messaggi non sono stati ascoltati. Dobbiamo solo sperare che una volta che questa crisi passerà impareremo e saremo più pronti. Le epidemie potrebbero essere di più, visto il danno che facciamo all’ambiente. Dobbiamo essere fortunati. Dobbiamo imparare da questa epidemia, a controllare questa crisi perché tra qualche anno ce ne sarà un’altra”.
“Avremmo dovuto vederla questa cosa arrivare, i nostri leader, i burocrati, gli esperti, avrebbero dovuto prendere delle misure per combatterne lo sviluppo, in modo particolare per riuscire ad identificare chi è infetto il prima possibile. I test sarebbero dovuti essere disponibili in grandi quantità prima. Rilevare prima è importantissimo”
Siamo riusciti a distruggere il bioma di tre quarti della Terra emersa e dei due terzi degli oceani, creando una nuova epoca, incapace di sopravvivere a se stessa: l’Antropocene.
Fu il Nobel per la chimica Paul Crutzen a coniare il termine per indicare l’intervallo di tempo che arriva al presente a partire dalla rivoluzione industriale del 18° sec., ossia da quando è iniziato l’ultimo consistente aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 in atmosfera.
L’Antropocene è caratterizzato dall’impatto dell’uomo sugli ecosistemi che si è progressivamente incrementato, veicolato anche da un aumento di 10 volte della popolazione mondiale, traducendosi in alterazioni sostanziali degli equilibri naturali (scomparsa delle foreste tropicali e riduzione della biodiversità, occupazione di circa il 50% delle terre emerse, sovrasfruttamento delle acque dolci e delle risorse ittiche, uso di azoto fertilizzante agricolo in quantità superiori a quello naturalmente fissato in tutti gli ecosistemi terrestri, immissione in atmosfera di ingenti quantità di gas serra ecc.).
Virus, batteri, archea, protozoi, funghi sono fondamentali per i cicli biogeochimici della biosfera, presupposto per la nascita e crescita della vita sulla terra, da quasi quattro miliardi di anni. Quasi sempre essenziali per la salute umana, occasionalmente patogeni, attraverso il passaggio da animali selvatici all’uomo.
Passaggio determinato dalla distruzione degli ecosistemi delle ultime aree incontaminate e il commercio di specie selvatiche, con contatto troppo stretto e relativa esposizione a maggiori rischi.
Il contagio parrebbe originato nel mercato degli animali di Wuhan, nella provincia cinese di Hubert, forse nella seconda metà dello scorso anno.
Del resto anche nel caso della SARS un veterinario coinvolto a suo tempo nelle ricerche, Jonathan Epstein, dichiarò: «il virus è passato dal pipistrello allo zibetto», e da quest’ultimo all’uomo, in un affollato mercato del Guangdong, dove venivano venduti animali vivi.
L’identikit genetico nel caso di Covid non lascia dubbi, e punta su alcuni chirotteri del genere “Rhinolophus affinis”, specie molto diffusa in Asia, che potrebbe avere costituto il serbatoio del contagio: pipistrelli presenti nella Cina meridionale, con elevata corrispondenza del genoma.
Quando un virus infetta un ospite, il genoma si mescola con quelli dei virus presenti, a spese della cellula infettata, prima di abbandonarla con un corredo genetico diverso.
Ci dev’essere stato poi un animale intermedio, che abbia permesso al coronavirus di fare il salto dal pipistrello all’uomo. Qual è stato il “trampolino di lancio”?
Tra i possibili responsabili, si è pensato prima ad una varietà di serpente, poi, secondo la South China Agricoltural University, gli ospiti più probabili sarebbero i pangolini, mammiferi insettivori dell’Ordine dei Folidoti, con i quali condividono tra l’85,5 e il 92,4% del codice. Illegalmente commercializzati, oltre che per le carni, per le scaglie di cheratina della corazza, utilizzate nella medicina tradizionale.
Le zoonosi di origine selvatica rappresentano la più consistente minaccia per la salute mondiale. Il 75% delle malattie umane derivano da animali, il 60% da quelli selvatici .
Un miliardo di casi di malattie, milioni di morti ogni anno, in crescita senza precedenti.
Big one, peggior nemico per l’umanità .
La distruzione dell’habitat, la creazione di uno artificiale, o semplicemente povero di natura e ad alta densità umana, lo stanno facilitando.
Le foreste abbattute, tropicali e temperate, ne rappresentano la metà, pari ai ghiacciai convertiti all’agricoltura o pascoli; 800.000 dighe impediscono il flusso del 60% dei fiumi del mondo.
UNPRECEDENTED (Intergovernamental Science Policy Platform of Biodiversity Ecosystem Services of ONU, 2019) distruzione: un milione di specie vegetali ed animali a rischio di estinzione, 60% delle popolazioni di vertebrati in quarant’anni(Living Planet Report,2018).
Le foreste pluviali coprono il 31% delle Terre emerse e contengono l’80% della biodiversità. All’inizio della rivoluzione agricola c’erano sei miliardi di alberi, oggi tre miliardi, e sono esponenzialmente cresciute le zoonosi, da specie ignote di virus, batteri, funghi, parassiti… incontrati dall’Uomo nel suo ingresso in terre incontaminate con contatti ravvicinati .
La ricchezza di specie contrasta la diffusione di malattie in diversi modi.
L’effetto di diluizione è il più conosciuto: in un ecosistema con una ricca comunità di potenziali ospiti, un agente patogeno ha minore probabilità di trovare un ospite in cui possa facilmente moltiplicarsi e da cui possa diffondersi, utilizzando un altro animale vettore. In uno scenario ricco di animali diversi è più facile che l’organismo patogeno capiti su una specie non adatta che funzionerà da “trappola ecologica”. In condizioni di bassa biodiversità prevalgono poche specie abbondanti più esposte a contrarre e diffondere infezioni.
L’effetto coevoluzione, spiega come, quando distruggiamo gli habitat, i frammenti di foresta dove i microbi e animali ospitanti subiscono rapida diversificazione, aumentano la probabilità che uno o più possano infettare l’uomo, diffondendosi e creando epidemie.
L’epidemia avviene per causa di modificazioni dell’ambiente provocate dall’uomo: nel 2014, certamente una delle cause di Ebola, è stato un disboscamento massiccio in Guinea, dove la foresta è stata sostituita con coltivazioni arboree industriali. Questo ha provocato la migrazione di pipistrelli, portatori dell’agente patogeno, verso le aree urbane.
Peraltro conosciamo perfettamente gli esiti fallimentari di ogni tentativo di eliminare le popolazioni di specie ospiti o vettrici con insetticidi, quali il DDT di storica memoria, glifosate e dicamba.
La resistenza acquisita di insetti, l’impatto su specie non target, assolutamente innocue per l’uomo e fondamentali per il sistema, obbligano ad un approccio ONE HEALTH, salute comune per il pianeta, multidisciplinare e collaborativo.
Si tratta di un concetto affatto nuovo, fu teoria sostenuta da William Osler e Rudolf Virchow, il Padre della patologia comparata, e ri-enunciata nella Medicina Veterinaria e Sanità Pubblica di Calvin Schwabe nel 1984: one health, la nostra crescente interdipendenza con gli animali e con i prodotti da essi derivati e con l’ambiente in cui viviamo.
Antesignano per eccellenza dell’intuizione sulle relazioni tra i processi di malattia degli animali e degli esseri umani, all’interno dell’ambiente, fu Giovanni Maria Lancisi, medico, archiatra del papa, noto come anatomico nonché epidemiologo, con la sua pietra miliare letteraria – “De Bovilla peste” – pubblicato nel 1715, considerato come la testimonianza più importante di gestione integrata nella storia delle malattie animali. Il suo libro illustra accuratamente le caratteristiche della peste bovina e, soprattutto, sono discusse le misure di controllo applicate e tra le più rilevanti sono state l’introduzione dello stamping out, con istruzioni speciali per l’abbattimento e l’infossamento degli animali colpiti, il divieto di movimentare gli animali colpiti e l’adozione di misure igieniche e politiche adeguate.
Sono altresì descritte le relazioni tra la peste del bestiame e le conseguenze dirette sulla popolazione umana quali la povertà e la fame insieme alle azioni intraprese per fronteggiarle. Lancisi, nel suo capolavoro, ha sottolineato il rapporto esistente tra politica e storia da un lato e l’epidemia dall’altro.
Una breve storia del concetto di One Health ne mostra le radici e la necessità ormai inderogabile di aumentare gli sforzi collaborativi tra differenti discipline che operano a livello locale, nazionale e globale per poter conseguire le condizioni ottimali di salute per la popolazione umana, animale e per l’ambiente.
1821-1902:
Virchow riconosce il legame tra salute umana e animale. Ha coniato il termine “zoonosi” per indicare una malattia infettiva che si trasmette tra esseri umani e animali.
1849-1919:
William Osler, il padre della patologia veterinaria.
1947:
La Divisione di Sanità Pubblica Veterinaria è istituita al Centro per il Controllo e la Prevenzione delle malattie (CDC). Al CDC, con questa divisione, sono stati introdotti negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo i principi della salute pubblica veterinaria.
1927-2006:
Calvin Schwabe conia il termine di “Medicina Unica” e sollecita all’utilizzo di un approccio unificato nella gestione delle zoonosi che utilizzi sia le conoscenze di medicina veterinaria che di medicina umana.
2004:
La Wildlife Conservation Society pubblica i 12 Principi di Manhattan; 12 approcci prioritari per fronteggiare le minacce sanitarie alla salute umana ed animale.
2007:
La American Medical Association approva la risoluzione One Health promuovendo il partenariato tra medicina umana e medicina veterinaria.
L’approccio One Health è raccomandato in caso di risposta ad eventi pandemici. I rappresentanti di 111 paesi e 29 organizzazioni internazionali si sono incontrati a New Delhi in India per la Conferenza ministeriale internazionale sull’influenza aviaria e pandemica.
2008:
FAO, OIE, e WHO collaborano con l’UNICEF, UNSIC e la Banca Mondiale allo sviluppo di un quadro strategico comune in risposta al rischio in continua evoluzione di malattie emergenti e ri-emergenti.
One Health diventa un approccio raccomandato e una realtà politica.
2009:
L’ufficio ad hoc del One Health è istituito al CDC.
L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha istituito il programma per le minacce pandemiche emergenti.
Sono state sviluppate raccomandazioni chiave per il One World, One Health™.
2010:
La dichiarazione di Hanoi, che raccomanda vasta applicazione dell’approccio One Health, è approvata all’unanimità. Un totale di 71 paesi e organismi regionali, insieme ai rappresentanti di organizzazioni internazionali, banche di sviluppo ed altre parti interessate, hanno partecipato alla conferenza ministeriale internazionale sull’influenza aviaria e pandemica in Hanoi, Vietnam.
E’ pubblicato il Concetto Tripartito. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE), e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si sono uniti per pubblicare la nota tripartitica.
Gli esperti individuano azioni chiare e concrete per spostare il concetto di Salute Unica da una visione puramente teorica verso la sua realizzazione.
Le Nazioni Unite e la Banca Mondiale raccomandano l’adozione dell’approccio One Health.
L’Unione europea ribadisce il suo impegno ad operare sotto l’ombrello del One Health.
2011:
Il primo Congresso Internazionale sull’approccio One Health si svolge a Melbourne, Australia. La prima Conferenza sull’approccio One Health ha luogo in Africa.
Si tiene una riunione ad alto livello tecnico per affrontare i rischi sanitari a livello di interfaccia Ecosistema-Uomo-Animale e si crea una volontà politica per il movimento One Health.
2012:
Il Forum Globale sul Rischio sponsorizza il primo vertice sull’approccio One Health.
2013:
Il secondo Congresso Internazionale sull’approccio One Health si è svolto congiuntamente con la Conferenza di Prince Mahidol.
Nello scenario attuale, nel quale l’impatto umano ha modificato le interazioni tra gli uomini, animali e ambiente, con crescita esponenziale delle popolazioni umane e animali, rapida urbanizzazione, cambiamento nei sistemi di produzione e di allevamento, stretto contatto tra il bestiame e la fauna selvatica, deforestazione, globalizzazione del commercio degli animali e dei prodotti da essi derivati, ci troviamo di fronte a sfide che richiedono necessariamente risposte globali, una di queste è rappresentata dalla diffusione di malattie infettive emergenti (EIDs) a partire dalle interfacce tra gli animali, l’uomo e gli ecosistemi in cui essi vivono.
La salute è un riflesso di come gli individui o popolazioni interagiscono con il mondo, la salute non può più essere considerata separatamente per i diversi regni del cosiddetto “creato”, la salute può essere solo considerata e tutelata come salute di un intero ecosistema, sistema complesso e interdipendente.
La resilienza degli individui nel fronteggiare gli stress o i cambiamenti che si verificano non è concetto dissimile dalla resilienza di un ecosistema, ovvero la capacità di un ecosistema di rispondere ad una perturbazione o a disordini resistendo ai danni provocati e ripristinando le condizioni preesistenti rapidamente.
Oggi la resilienza dell’ecosistema è gravemente compromessa.
Siamo chiamati ad un New deal for nature and people, come inizio di un tempo migliore di ecosystem restoration.

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Master in Antropologia della salute nei sistemi complessi

Presentazione

Un sistema complesso è, nella scienza moderna, un sistema dinamico composto da diversi sottoinsiemi, nel quale il tutto è maggiore della somma delle singole parti e non può dunque essere compreso scomponendo e analizzando le parti, ma piuttosto studiandone le interazioni, eventualmente non lineari.
E’ in questo senso che la teoria della complessità offre un superamento dell’approccio riduzionista in ogni campo di ricerca.
E’ ben noto che la teorizzazione dei sistemi dinamici complessi prenda le mosse dal connubio tra la teoria dei sistemi dell’antropologo e psicologo Bateson e la scienza della complessità di cui il filosofo Edgar Morin è senza dubbio uno degli esponenti di maggior rilievo: dunque sin dall’inizio la radice antropologica e filosofica è stata indispensabile per comprendere anche in termini scientifici la complessità dell’esistente.
Non a caso successivamente questo filone ha coinvolto scienziati come Humberto Maturana, Francisco Varela e studiosi come Ludwig Von Bertalanffy, sino a giungere all’ambito degli studi medici, biologici, psicologici.
L’assunzione del concetto di sistema complesso, in effetti, abbraccia la totalità dei sistemi del reale e sono esempi di sistemi complessi il sistema climatico, la crosta terrestre, tutti gli ecosistemi, gli organismi viventi, il sistema umano, i sistemi sociali, i sistemi economici, l’ambiente nella sua totalità assieme alla dinamica “storica”, cioè di evoluzione o coevoluzione, dei sistemi viventi e degli eventi che li coinvolgono.
Se ne evince chiaramente l’importanza che questo approccio che è insieme ecologico, antropologico, scientifico ed umanistico, riveste nel mondo attuale nel quale ci troviamo a fronteggiare costantemente emergenze ambientali e di popoli, dall’Amazzonia alla Mesopotamia, e crisi della salute delle persone, delle società, delle economie e del pianeta in toto.
L’esigenza di formare Professionisti in grado di comprendere, studiare e modellare questa complessità è sempre maggiore.
La richiesta da parte dei cosiddetti “consumatori” di risposte alla complessità che vivono quotidianamente come sfida di vita, tra patologie croniche degenerative e oncologiche in aumento, migrazioni di popoli, minacce per la sicurezza, instabilità economica, depauperamento delle risorse del pianeta, necessita di formare figure dotate di una conoscenza effettiva della complessità umana in rapporto con tutti gli altri esseri viventi, animali e vegetali e con la biosfera, sapendo collegare storia ed evoluzione del cosmo, del nostro pianeta, dei sistemi viventi e dell’umanità al fine di fornire strumenti per la promozione della salute del singolo, della comunità, dell’ambiente.
Di fronte a tanta criticità, sia antropologica che ecologica, il Master in Antropologia della salute nei sistemi complessi si propone di fornire agli Studenti le più aggiornate e applicative conoscenze negli ambiti della complessità biofisica (ecosistemi, elettromagnetismo, suono, acqua, tossicità ambientale, tossicità da 5G, metodiche di biorisonanza), della complessità biochimica (mondo vegetale, botanica farmaceutica e nuovi preparati, botanicals e biofotoni) e della complessità antropologica in relazione alla biologia, alle neuroscienze delle emozioni, alla neuroestetica da un lato e alla socioeconomia dall’altro.
L’acquisizione di queste conoscenze, già erogate secondo una metodologia interdisciplinare, favorisce nel singolo lo sviluppo del pensiero complesso e la crescente presa di coscienza di tale complessità, al fine di promuovere in ogni ambito, la presenza di Professionisti in grado di dialogare e orchestrare la complessità del sistema, di interagire a più livelli e in forma non lineare con le sue componenti avendo a disposizione strumenti di azione che derivano dai tre ambiti fondamentali di insegnamento: la biofisica, la biochimica e l’antropologia.
La scienza stessa è giunta a comprendere il pluralismo evolutivo e la flessibilità costante della biosfera e a far risaltare la necessità di una presa di coscienza globale come evento chiave del nostro secolo, che guidi la solidarietà e la responsabilità nella tutela del patrimonio umano e delle risorse planetarie.

Obiettivi

 Il Master si propone di formare Professionisti, Antropologi della salute nei sistemi complessi, in grado di incidere in ogni ambito della complessità, con una declinazione interdisciplinare del sapere, in un’ottica multiculturale, e con competenze innovative, solide di antropo-bio-fisica.
Obiettivo del corso è favorire la capacità di pensiero complesso, nel problem solving  e nel decision making in termini di promozione della salute dell’essere umano, della comunità, dell’impresa, dell’ambiente.
L’apertura del corso alle teorie della complessità, alla biofisica moderna, alla botanica nonché alle scienze umane, antropologiche e neuroaffettive, sensibilizzerà lo Studente verso la pianificazione e realizzazione di interventi di alta competenza in senso interdisciplinare e alla applicazione di strumenti reali di trattamento delle criticità in forma complessa (biorisonanza, fitopreparati, approcci improntati alle neuroscienze del suono, emozioni e neuroplasticità, antropologia sociale e culturale).
Al termine del corso i partecipanti saranno in grado di:

  • Padroneggiare le conoscenze teoriche, i modelli e i costrutti sviluppati dalle recenti teorie della complessità in ambito umano e ambientale
  • Costruire disegni di ricerca metodologicamente corretti e adeguati a specifici ambiti di indagine;
  • Progettare e realizzare interventi operativi in situazioni di criticità nonché monitorarne l’andamento.