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Chemioterapia secondo Darwin

da 15 Gennaio 2020Nessun commento

L’oncogenesi adattativa ci aiuta a capire il tumore nel suo ambiente circostante senza di focalizzarci esclusivamente sui cambiamenti all’ interno della cellula. Riducendo le alterazioni dei tessuti provocate dai processi come l’infiammazione, potremo ripristinare l’ambiente cellulare e (come dimostrano in studi su animali) evitare che le cellule tumorali acquisiscano un vantaggio alternativo sulle altre.

Gli oncologi tendono a colpire i tumori con alti dosaggi di farmaci chemioterapici, tentando di eliminarne ogni traccia. All’ inizio può funzionare, il tumore si riduce poi si ripresenta ed è resistente. Come gli insetti. Somministrando una dose di chemioterapia sufficiente a mantenere il tumore a dimensioni minime, senza eliminarlo, l’obiettivo è conservare una piccola popolazione di cellule chemiosensibili e vulnerabili, per contrastare la proliferazione di cellule con una caratteristica indesiderata: la chemioresistenza. In pazienti con cancro che tende a proliferare in modo incontrollato, dopo 13 mesi, questo regime è riuscito a tenere sotto controllo i tumori per 34 mesi, con dosaggi inferiori a quelli elevati.

Dalla prevenzione alla terapia.Spruzzando una grande quantità di pesticida (o somministrando una dose di farmaco chemioterapico), l’agricoltore (o l’oncologo) potrebbe eliminare gran parte degli insetti (o delle cellule tumorali), ma alcuni avranno caratteristiche che li rendono meno sensibili ai pesticidi. Rimuovendo gli organismi più vulnerabili, i più resistenti cominceranno a diffondersi. Gli agricoltori spruzzano una quantità appena sufficiente a controllarli e a ridurre il danno alle culture senza suscitare una competizione.

La comunità medica ha imparato una lezione simile con gli antibiotici, il cui uso eccessivo va limitato per mettere fine al costante ciclo evolutivo che favorisce lo sviluppo di patogeni farmacoresistenti. Ma questa lezione non ha ancora preso piede in ambito oncologico. I medici tendono a somministrare i farmaci chemioterapici alla dose massima tollerata (DMT), fino “alla progressione della malattia”. Per la maggior parte dei pazienti e dei medici, la strategia migliore consiste in terapie che puntano a uccidere il maggior numero possibile di cellule tumorali. Tuttavia, come nella gestione degli insetti e delle malattie infettive, spesso questa strategia applicata al cancro non ha senso dal punto di vista evolutivo e, in particolare, rischia di scatenare una serie di eventi che accelerano la crescita di cellule resistenti ai farmaci. Un piano di gestione della resistenza può tenere sotto controllo le popolazioni indesiderate, spesso per un tempo indefinito. Una strategia basata sull’evoluzione, applicata a un paziente che, dopo un mese di farmaco anticancro, ha una riduzione del 50 per cento delle dimensioni del tumore potrebbe implicare l’interruzione del trattamento. L’obiettivo sarebbe prevenire la crescita e ritardarne l’evoluzione in metastasi: non ricevendo alcuna chemioterapia, la maggior parte delle cellule antitumorali sarebbe ancora sensibile al farmaco anticancro. Di fatto, se usassimo le cellule sensibili, che siamo in grado di controllar, per sopprimere la crescita delle cellule, le terapie potrebbero mantenere il controllo sul tumore più a lungo rispetto all’approccio convenzionale basato sulla somministrazione della dose massima.
“Abbiamo usato, come modello per simulare le risposte del cancro alla prostata, dosi diverse di farmaci, fino a ottenere quelle che mantenevano sotto controllo il tumore per il periodo più lungo senza incrementare le cellule farmacoresistenti. In seguito, è stato chiesto ai pazienti con tumore alla prostata in forma aggressiva con metastasi in altre sedi del corpo (che i medici non riescono ad eliminare completamente) di partecipare a un trial clinico. Finora i pazienti hanno ottenuto ottimi risultati. Dei 18 soggetti reclutati. 11 sono ancora in terapia. (tratto da Le scienze, La ricetta di Darwin contro il cancro, di James DeGregori e Robert Gatenby)